Anteprima dal libro Amica d'Anima di Giacomo Contu

"Frammenti di vita e di sguardi nel tempo condiviso con Michela Murgia"

Questo è un estratto dal libro “Amica d’Anima” di Giacomo Contu, un racconto autobiografico dedicato all’amicizia giovanile con Michela Murgia. Nel libro l’autore ripercorre episodi, dialoghi e momenti condivisi che mostrano il valore delle relazioni capaci di cambiare la nostra vita.

Prologo — prima della telefonata

Non parlavamo da anni. Poi, qualche settimana prima che se ne andasse, il telefono ha squillato. Ma quella è un'altra scena, e le scene – come i ricordi – vanno lasciate sedimentare nel giusto punto del racconto. Perché certe voci, quando tornano, risuonano prima nei silenzi che nelle parole.

L’ingresso nel Mucchio — il laboratorio di diversità

Gli amici che ti fai dai sedici ai vent’anni hanno una specialità che nella vita sarà poi irripetibile. Avrai altre amicizie, anche molto qualificate, ma qualcuno che ti fosse testimone quando potevi ancora essere tutto… quello non si ripete.

— Michela Murgia

Avevo quindici anni quando la conobbi. Lei ne aveva sette più di me, e già allora portava addosso quella forma di leadership che non ha bisogno di dichiararsi per farsi riconoscere.

Era di fatto la guida del “Mucchio Selvaggio”, una costola anomala dell’Azione Cattolica locale: un gruppo misto di adolescenti che si incontrava sì nel sagrato di una chiesa, ma con dinamiche che sfuggivano al repertorio rassicurante di catechismi e precetti domenicali.

Io, invece, venivo dal “Monumento”. Un angolo del giardinetto pubblico dove svettavano due statue moderne – una rappresentava un abitante del posto, l’altra un turista – e tra quei due simboli si muoveva la nostra tribù.

Un gruppo di maschi adolescenti, scooter truccati, carte da gioco e musicassette scambiate come monete d’identità. Le giornate si alternavano tra le sigarette, i pomeriggi infiniti e le scorribande in motorino verso chissà dove. Nessuna vera destinazione, solo il bisogno di appartenersi.

Per questo motivo, i miei primi ingressi nel “Mucchio Selvaggio” furono furtivi. Un po’ come entrare in casa d’altri con le scarpe sporche. Frequentare “quelli della chiesa” – e poco importava se ci andassero più per trovare se stessi che Dio – rischiava di farmi perdere punti nella gerarchia silenziosa che regolava il nostro piccolo branco.

Ma non ci misi molto a capire che quel gruppo non aveva nulla a che vedere con l’idea di gruppo confessionale che mi ero costruito in testa. E la ragione, lo intuii presto, aveva un nome: Michela Murgia.

Michela aveva questo dono raro: vedere in te qualcosa che nemmeno tu sospettavi di avere e, senza chiederti il permesso, metterti nella condizione di farlo sbocciare.

Con lei funzionava così: ti guardava un giorno e, se decideva che era il momento, ti esponeva alla luce.

E tu, quasi senza accorgertene, fiorivi.

Non so dire se fu amore, amicizia o bisogno. Forse tutte e tre le cose assieme. Ma so che ogni volta che tornavo, sentivo di essere un po’ più intero.